Openspeleo - Miniere di Monte Ramazzo

Data inserimento 2015-01-09 13:38:46 Data ultimo aggiornamento 2015-09-18 19:30:06 Nome Miniere di Monte Ramazzo
Stato Italy Provincia 218 Comune Genova Gruppi Gruppo Speleologico CAI Bolzaneto
Geologia Le miniere di Bric Ramazzo sono ubicate in un complesso strutturale noto nelle letteratura geologica come zona Sestri-Voltaggio, costituito di scaglie tettoniche allungate in direzione nord-sud.
Nell'area delle antiche coltivazioni affiorano le serpentiniti che costituiscno la base dell'Unità ofiolitifera di Monte Figogna. In particolare, la zona di imbocco delle miniere è caratterizzata da brecce serpentinitiche di tipo cataclastico, cioè di origine tettonica, attraversate, specie nelle partì più alterate, da vene di calcite, talco, brucite.
Dal punto di vista tettonico la zona è interessata da due famiglie di lineazioni con direzioni rispettivamente N-S e NESW.
All'interno delle gallerie sono ben visibili alcuni piani di faglia anche importanti.
Particolarmente interessante il fatto che tutte le gallerie più interne si interrompono per crollo sulla stessa linea, apparentemente contro un piano verticale. Tale fenomeno potrebbe essere attribuito alla presenza di una faglia con direzione N-S parallela alle principali linee tettoniche della zona.
Descrizione Galleria n. 1
Ubicata circa 50 m sotto la strada militare di Borzoli è stata esplorata e rilevata sia topograficamente che fotograficamente. E' molto franosa e dopo i primi metri si è costretti a procedere strisciando. Il suo sviluppo è di m 230. Presenta un andamento ascendente con vari rami secondari quasi tutti franati, un salone ampio e alto circa 5-6 m potrebbe rivelare la presenza di un pozzo (ora ostruito), forse con funzione di aerazione. Nelle antiche miniere l'aerazione forzata era ottenuta accendendo fuochi in saloni comunicanti con l'esterno in modo da provocare modificazioni di temperatura e quindi circolazione d'aria.
L'altezza della volta nelle migliori situazioni di conservazione (poche in verità) è di circa m 1,75; non si è mai notata altra tecnica di coltivazione che quella basata sulla mazza e punteruolo; sono intuibili nicchie ricavate lateralmente sulle pareti per l'illuminazione (lampade); non si sono rinvenute tracce di uso di esplosivi peraltro già in uso nel secolo XV. Non si hanno tracce di travature di legno sulla volta, e solo la presenza di un tronco semicoperto di sedimento sul terreno lascia pensare a questa ipotesi. Il minerale estratto era portato all'esterno con ceste e in alcuni casi con carriole; a pochi metri dal salone si apre una uscita estremamente disagevole non utilizzabile se non come presa d'aria.

Gallerie n. 2-3-4
Presentano un andamento tra loro similare e caratteristiche tecniche uguali alla precedente. Tutte e tre procedono per circa m 30 e si chiudono inesorabilmente in frana. Tutte sono state utilizzate da animali, come i vari escrementi comprovano; nella n. 3 è stata trovata la carcassa quasi completamente decomposta di una faina.
La n. 2 è l'unica che presenta chiare tracce di una travatura sulla volta.

Galleria n. 5
Misura 100 m ed è certamente la più franosa di tutte e forse doveva essere la più complessa.
I molti anni di abbandono, i lavori della strada di Scarpino e le vibrazioni prodotte dal traffico pesante hanno certamente prodotto le frane che hanno provocato le ostruzioni di cui si è detto.
Del resto, già nel 1896 (Ariola, Brian) esse erano considerate franose e pericolose, anche se certamente più percorribili di oggi tant'è vero che non abbiamo trovato tracce di pozzi, citati dal Pelloux (1914) e vent'anni prima da Ariola e Brian.

Considerazioni generali

II lavoro di ricerca effettuato dal GSB negli anni '90 ha permesso di individuare strutture di trasformazione del materiale in loco interessanti e per certi aspetti uniche.
Infatti, se la prima fase di estrazione è ancora poco nota e oggetto di ricerca (si pensa che fondamentalmente si estraesse rame), le fasi successive sono sufficientemente indagate.
Durante la seconda l'interesse era prevalentemente rivolto all'estrazione di materiale ferroso, il prodotto finale era ottenuto a Sestri Ponente e consisteva in solfato di ferro e vetriolo. La fonderia si approvvigionava di legno di faggio (il più calorico e non presente in zona) proveniente dal Sassello e imbarcato appositamente a Varazze; tale produzione, iniziata alla fine del 1600, terminerà nel 1760 a seguito delle proteste della popolazione per l'alto livello di inquinamento prodotto da tale attività.
La terza fase, breve ma fruttuosa, verteva sulla produzione di solfato di magnesio o sale inglese, di cui si è già detto, e la cui produzione avveniva in loco. Nel complesso, la miniera del Monte Ramazzo, dalla produzione differenziata e sfruttata a fasi alterne per circa 400 anni in momenti economicamente difficili, non si è mai distinta per la quantità di materiale prodotto. La sua fama internazionale, è il caso di ricordarlo, è dovuta ad altri motivi, ne citiamo due:
Mineralogicamente essa è importante per la grande varietà di presenze minerali ed in particolare per il rinvenimento di alluminio allo stato nativo, noto solo in un altro sito, negli Urali.
Botanicamente, per la scoperta effettuata negli anni '30, da un naturalista tedesco, di due varietà della stessa specie endemica di una felce presente in prossimità degli ingressi delle gallerie e rinvenute ancora nel 1975.
L'area oggetto della nostra ricerca, attualmente, non è molto ampia; certamente lo era maggiormente ai tempi di A. Issel, che la identificava con la dimenticata "Pria Scugiente" (pietra scivolosa), peraltro ricordata a memoria d'uomo e nelle cui vicinanze si apriva una galleria.
Oggi parte dell'antica comunaglia, dell'area mineraria e la "Pria Scugiente" dalle magiche influenze (Pucci & Priuli, 1994) giacciono sepolte sotto vari metri di rifiuti solidi urbani del Comune di Genova.
Scheda d'armo
Le cavità si visitano senza necessità di armare, basta prestare attenzione al concreto rischio di crolli.

 

 

Storia L'antico Monte Ramazzo, o più precisamente area del "Bosco Ramasse" è oggi noto come Costa Rocca dei Corvi nell'alto corso del rio Cassinelle in territorio di Borzoli ed è raggiungibile con strada asfaltata (via
militare di Borzoli).
La zona, adiacente alla discarica di rifiuti solidi urbani del Comune di Genova, località Scarpino, riveste una notevole importanza storico-archeologica per più di un motivo.
Già nel Xll secolo la zona del "Bosco Ramasse" era interessata dall'allora vasto fenomeno delle terre di uso collettivo.
Le antiche "Comunaglie di Murra" furono utilizzate in base ad una rigorosa regolamentazione dagli "uomini della Parrocchia di Murta" sino al 1930.
Verso la fine del 1700 queste comunaglie Polceverasche erano parte di un più vasto complesso di terre comuni appartenenti a tre comunità parrocchiali (Murta, S. Carlo di Cese, Livellato) ed al Comune di Borzoli.
I "capofamiglia di Murta" potevano vantare possesso indiscusso sul versante Polcevera, mentre usufruivano promiscuamente della restante parte con gli altri "utilisti". (Croce, 1992)
Una particolarità produttiva del "Bosco Ramasse" era costituita dalla produzione di fascine e ceduazione di rami di pino per alimentare le fornaci di calce del dirimpettaio Monte Gazzo.
E' possibile che il toponimo "Monte Ramazzo" derivi proprio dalla non comune attività di taglio dei rami di pino (pianta non ceduabile in quanto se tagliata non produce polloni) per le suddette attività e non come, forse troppo semplicisticamente, si è pensato, per la presenza di minerali di rame sulla montagna. Ma l'area di comunaglia era interessata anche da altre attività imprenditoriali, come risulta da documenti del 1797 rinvenibili presso l'archivio Doria: "Nel giorno 20 or scaduto giugno 1797 alle ore due pomendiane si videro i lavoranti della miniera di vitrolo e sale in di cui quieto e pacifico possesso ritrovasi da 300 e più anni il Cittadino D'Oria, improvvisamente assaliti da un numero no indifferente di uomini attrezzati e armati altri di carrabina, altri co pistola e stilo, ed altri co falce i quali impadronitisi prima delle chiavi della Casa, Capanne e Capannoni di colà fatto a spese di detto Cittadino fabbricare, s'impadroniscono a forza di tutti gli utensili che erano ivi esistenti no solo, ma anche di tutto il minerale si manifatturato che da manifatturarsi e li discacciano via a viva forza tranne uno che era di loro fiducia".
L'oggetto della disputa, l'antica miniera di Ramasso, si presentava come un tipico esempio di usurpazione di proprietà privata all'interno di una terra comune. Nell'arco dei diversi processi, il Doria in effetti non produrrà mai titoli di proprietà della miniera, vantando piuttosto un plurisecolare continuato "quieto e pacifico possesso" della stessa. L'attività di estrazione del rame, praticata dal Doria sul Monte Ramasso a partire dal XVI secolo, aveva in realtà conosciuto fasi alterne, e robabilmente anche fasi di abbandono. Alla miniera, in fasi vicine alla lite, si erano affiancate fornaci ed impianti per la produzione del vetriolo (1772) e, poi, del solfato di magnesio o sale inglese (1780).
L'intervento di forza dei Murtesi ai danni del marchese Doria anticipava una serie di azioni analoghe intraprese da diverse comunità liguri all'indomani della "Rivoluzione di Genova" e della costituzione della Repubblica Democratica, contro le "usurpazioni aristocratiche" delle terre comuni.
La complessa vicenda giudiziaria che seguiva la lite (sentenze civili del 1797,1799,1807) non perveniva ad una soluzione definitiva e la causa, di fatto, si concludeva con il definitivo abbandono delle miniere nel 1836. Questo non impedisce di cogliere, nel succedersi delle sentenze, tendenzialmente contrarie a Murta che veniva estromessa 'dallo sfruttamento delle miniere, un segno comune ad altre analoghe controversie: deludendo le aspettative riposte dalle comunità, il governo democratico avrebbe preferito assumere la difesa delle famiglie nobiliari legittimando le "usurpazioni aristocratiche". (Croce, 1992)
Notizie storiche, quindi, confermano l'esistenza di antiche miniere sfruttate da "300 anni e più", come abbiamo visto, prima di quel turbolento 1797, e chiuse definitivamente nel 1836.
Cerchiamo ora di ripercorrerne approssimativamente le fasi produttive. Scrive Pipino (1977) che la miniera, sfruttata da tempi remoti per rame e solfato di ferro (vetriolo verde) e solo in tempi più recenti per la fabbricazione del solfato di magnesio, venne abbandonata nei primi decenni del secolo scorso. Poco si sa comunque sull'andamento delle coltivazioni, specie di quelle più antiche.
II più antico cenno pervenutoci sull'attività mineraria nella zona in esame è contenuto in un documento del 18 gennaio 1465, in cui il milanese Boniforte Rotulo, presentatosi dinanzi all'"Ufficio della Moneta del Comune di Genova", dichiara di aver scoperte numerose "vene di metalli", tra le quali una "venam rami" sulle colline circostanti il villaggio di Serra.
Il minatore lombardo, venuto probabilmente in Liguria con le truppe di Francesco Sforza allora signore di Genova, aveva ottenuto il 16 luglio 1463 ". . . arbitrio e libertà di scavare e cercare le vene di qualsiasi metallo. . . in ogni terra del comune di Genova". La concessione aveva la durata di 15 anni e Boniforte era tenuto a vers'are 50 lire genovine per ogni vena coltivata/ più la terza parte del prodotto netto. Nulla sappiamo sull'esito delle coltivazioni, ma data l'esosità delle richieste è lecito sospettare che esse non dovettero avere molto seguito.
Nella zona che ci interessa le coltivazioni vennero probabilmente riprese dal "fondatore" Pietro Orabono, il quale nel 1481 otteneva, insieme ai figli e ai fratelli, la facoltà di ". . . ricercar sassi e vene di oro, argento, rame, piombo, ferro, stagno, pigmento d'oro, vetriolo ed altri metalli posti nelle podesterie di Polcevera e Bisagno".
Notizie più recenti ci informano che la concessione venne accordata ad Alberto Ansaldo; l'interesse per la miniera era dovuto all'ottima qualità di solfato di magnesio che, scoperto occasionalmente durante la fabbricazione del solfato di ferro, era da alcuni anni divenuto il prodotto principale della miniera. La produzione, che si aggirava sulle 10 tonnellate annue, fruttò all'Ansaldo medaglie e diplomi di benemerenza.
Allo sfruttamento della miniera di Monte Ramazzo all'inizio del 1800 lavoravano 12 persone; la produzione cessò, come già detto, nel 1836, probabilmente per esaurimento del minerale (Pipino, 1977).
Un gruppo di lavoro coordinato dalla Commissione Attività Scientifiche e Culturali del CAI Bolzaneto in collaborazione con l'I.S.CU.M. (Istituto storia della cultura materiale) ha intrapreso nei primi anni '90 una ricerca sul terreno per ritrovare le tracce delle succitate attività produttive. Il rinvenimento dell'area non è risultato particolarmente difficoltoso, essendo essa nota a collezionisti di minerali e ad escursionisti.
Sono stati individuati 5 ingressi (probabilmente altri sono crollati o sono stati coperti dalla discarica di Scarpino) e tutti e cinque sono stati esplorati e rilevati da speleologi del CAI Bolzaneto.
Bibliografia,Siti,Links - Buona parte di questa voce deriva da un articolo di Giuseppe Valeri nel bollettino GSB n° 6 (nuova numerazione) del 1995. L'originale è qui allegato.
- Croce G.F. (1992) - Risorse collettive e conflitti locali: il Bosco Ramasse (Genova) 1790-1930. Quaderni storici, dicembre 1992
- Pipino G. (1977) - L'antica miniera di Monte Ramasse presso Genova ed i suoi minerali. Rivista mineralogica italiana, 1977;
- Ariola V., Brian A. (1896) - Un'escursione al Monte Ramazzo Atti Soc. Lig. Se. Nat. Geogr., 1896
- Pelloux A. (1914) - Res Ligustìcae Annali del Museo Civico di storia naturale.
- Pucci L, Priuli A. (1994) - Incisioni rupestri e megalitismo in Liguria.
Rilevo 1
Rilievo 2
Foto
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